CASAL DI PRINCIPE/CASTEL VOLTURNO. Nessuna riduzione di pena per Oreste Spagnuolo, esponente di lungo corso del clan dei Casalesi, che aveva chiesto alla Corte di Cassazione di riconoscere la continuazione tra le sue condanne. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che l’omicidio per cui è stato condannato non può essere accorpato ai precedenti reati di stampo mafioso.
Spagnuolo, oggi 46enne, stava tentando di ottenere uno sconto di pena chiedendo che la condanna per l’uccisione di Francesco Mangano, avvenuta nel 1999, fosse considerata parte dello stesso disegno criminale che aveva portato alle sentenze definitive per associazione mafiosa, estorsioni e traffico di stupefacenti, reati commessi nell’ambito del clan fino al 2005.
Secondo la Suprema Corte, però, l’omicidio rappresenta un fatto autonomo. Pur essendo aggravato dalle modalità mafiose e dalla premeditazione, non rientrava nel programma criminale originario al momento dell’ingresso di Spagnuolo nell’organizzazione. La Prima Sezione Penale ha così confermato la linea già adottata dalla Corte d’Appello di Napoli.
La vittima, Francesco Mangano, soprannominato “il Siciliano”, fu assassinata il 15 ottobre 1999 a Castel Volturno, davanti a un negozio di frutta e verdura, con quattro colpi di pistola. L’agguato, secondo le ricostruzioni investigative, sarebbe stato deciso perché Mangano era ritenuto infedele al clan, avendo avviato rapporti con un gruppo criminale rivale.
Per gli inquirenti, l’esecuzione materiale sarebbe stata affidata a un altro affiliato, mentre a Spagnuolo sarebbe toccato il compito di individuare e segnalare la presenza della vittima. Un’azione maturata in tempi rapidi, come risposta a una circostanza specifica e non pianificata in precedenza.
La Cassazione ha ribadito un principio chiave: l’appartenenza a un’organizzazione mafiosa non rende automaticamente “continuati” tutti i reati successivi. Serve la prova di un progetto unitario, che in questo caso è stato escluso.