SANTA MARIA CAPUA VETERE/CASAL DI PRNCIPE/SAN TAMMARO/CASALUCE. La Direzione distrettuale antimafia è tornata a concentrarsi sulla masseria “Oasi 4 Zampe”, situata nell’area di Carditello, nel territorio di San Tammaro. La struttura è riemersa nelle più recenti attività investigative legate al presunto riavvio delle operazioni criminali di Antonio Mezzero, in un filone che ricostruisce anche il ruolo di Davide Grasso, già condannato in primo grado per reati di stampo mafioso.
Dalle indagini emerge che Grasso avrebbe potuto fare affidamento sull’appoggio di Carmine Munno, imprenditore di Santa Maria Capua Vetere ed ex consigliere comunale, e di Maria Teresa Di Martino, 56enne residente a Casal di Principe, proprietaria del terreno su cui insiste la masseria, gestita insieme a Munno. Secondo gli inquirenti, l’area sarebbe stata utilizzata come punto di stoccaggio per veicoli rubati, custoditi dietro compenso.
Un aspetto particolarmente delicato dell’inchiesta riguarda però la presunta consegna, a favore della Di Martino, anche di armi da occultare. Un incarico che, stando agli atti, avrebbe generato forte preoccupazione nella donna, tanto da spingerla a cercare una soluzione per disfarsene rapidamente.
In questo contesto si colloca un episodio ritenuto anomalo: la 56enne si sarebbe recata presso l’abitazione di Grasso, a Grazzanise, fingendo di portare un barboncino destinato all’adozione. Con lei viaggiava un giovane non ancora identificato che, secondo quanto osservato, avrebbe prelevato più volte oggetti dal bagagliaio prima di entrare in casa, uscendone poi senza nulla in mano. Un comportamento che ha alimentato i sospetti degli investigatori, convinti che non si trattasse affatto di un cane.
A chiarire ulteriormente la vicenda sarebbe stata un’intercettazione di Munno, successiva a una perquisizione avvenuta dopo il rinvenimento dei mezzi rubati in un’area adiacente alla masseria, intestata al marito della Di Martino. In quell’occasione l’uomo avrebbe commentato che i militari stavano cercando una pistola.
La Dda contesta a Grasso, Munno e Di Martino i reati di ricettazione e deposito di beni di provenienza illecita, con l’aggravante di aver favorito il clan dei Casalesi, individuando nella masseria una vera base logistica. A Grasso e alla Di Martino viene inoltre attribuita la detenzione e il porto illegale di arma da fuoco. Munno risulta invece indagato a piede libero e non coinvolto nel filone sulle armi. Come previsto dalla legge, tutti gli indagati sono da ritenersi innocenti fino a sentenza definitiva.