Casal di Principe. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da Bruno Salzillo, confermando la custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’inchiesta sulle attività di gioco d’azzardo clandestino riconducibili al clan dei Casalesi. La decisione è stata adottata dalla terza sezione penale della Suprema Corte, che ha ritenuto pienamente fondato il quadro indiziario delineato nei precedenti gradi di giudizio.
Il procedimento trae origine dall’ordinanza del 7 luglio 2025 con cui il GIP aveva disposto la misura detentiva, successivamente confermata dal Tribunale di Napoli in funzione di giudice del riesame il 31 luglio dello stesso anno. I giudici avevano riconosciuto la presenza di gravi indizi di colpevolezza per i reati di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso, finalizzata alla gestione di giochi e scommesse illegali a vantaggio della fazione Russo-Schiavone del clan.
Nel ricorso presentato in Cassazione, la difesa di Salzillo aveva contestato sia la tenuta della motivazione relativa agli indizi sia la necessità del carcere, sostenendo che il provvedimento fosse basato in larga parte sui precedenti penali dell’indagato. Veniva inoltre lamentata la mancata considerazione di una memoria difensiva, di documentazione attestante un’attività lavorativa lecita e della percezione di un’indennità di disoccupazione, oltre a una presunta lettura distorta delle intercettazioni telefoniche.
La Suprema Corte ha però respinto integralmente tali argomentazioni, ritenendo il ricorso in parte non consentito e in parte manifestamente infondato. Secondo i giudici di legittimità, l’ordinanza del Tribunale del riesame presenta una motivazione coerente e puntuale, capace di delineare il ruolo operativo di Salzillo all’interno dell’organizzazione, in particolare nella gestione degli apparecchi da gioco illegali.
La Cassazione ha inoltre evidenziato come il giudice del riesame abbia valutato anche gli elementi addotti dalla difesa, giudicandoli recessivi rispetto alle risultanze investigative. Tra queste figurano il sequestro di oltre 7.900 euro in contanti rinvenuti nell’abitazione dell’indagato e il contenuto ritenuto univoco delle conversazioni intercettate. Le doglianze difensive, secondo la Corte, miravano di fatto a una nuova valutazione del merito, non consentita in sede di legittimità.
Confermate anche le esigenze cautelari. I giudici hanno ribadito l’attualità del pericolo e l’inadeguatezza di misure alternative, richiamando la storia giudiziaria dell’indagato, la stabilità del sodalizio criminale e le modalità operative dell’associazione. A seguito della pronuncia di inammissibilità, Salzillo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma pari a 3.000 euro in favore della Cassa delle ammende.